Visualizzazione post con etichetta Socrate. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Socrate. Mostra tutti i post

lunedì 7 novembre 2011

In-vocazione



Mi sto domandando da lungo tempo, a periodi alterni, quale sia la mia personale vocazione. Di solito uso la parola talento oppure inclinazione, ma ho riscoperto alcuni testi dello psicanalista junghiano James Hillman (scomparso pochi giorni fa a cui dedico questa mia riflessione, n.d.r.) che definisce la vocazione non tanto con riferimenti religiosi ma filosofici e morali.

Dunque, sostiene James Hillman, "ogni psicologia che voglia tentare di capire i membri della società attuale non potrà ignorare il nuovo monoteismo che ci governa: il Business. O, per meglio dire, l'economia capitalista specífica l'anziano guru con un divertito sorriso. Un monoteismo che, in quanto tale, ci impone una fede fondamentalista nei propri principi. E che esercita il Potere, quello al quale ci si riferisce comunemente, ma anche il Potere più influente, cioè quello dentro di noi, che ci conforma a vivere e ad avere la percezione di noi stessi secondo idee come beni, scambio, costo, mercato, domanda, profitto, proprietà.

Pensiamo di stare male per una nostra insufficienza affettiva e per questa ci curiamo, ma curarci significa chiederci su quale scala di valori stiamo misurandoci.
Ci piacerebbe credere che sia l'amore a conformare il nostro destino. In realtà, nella vita concreta, sono le idee del business le sole da cui non ci distogliamo mai, scrive Hillman. Insomma, viene da tradurlo in termini shakespeariani, crediamo che dietro l'ordito della nostra vita ci sia Romeo e Giulietta, invece ci sono piuttosto il Mercante di Venezia o il Macbeth.

Hillman prosegue nella eretica missione che da un certo momento si è dato: ribaltare il rapporto tra individuo e mondo così come esso, nel Novecento, è stato codificato proprio dalla psicoanalisi classica. E nel quale circolano diversi concetti che negli ultimi anni sono tutt'altro che entrati nel cono d'ombra: mercato, potere, controllo, sicurezza. A ben vedere, concetti che hanno aumentato su scala gobale la propria potenza pervasiva. Eppure, benché sembrino parole d'ordine dall'aura sempiterna e universale, hanno un'origine storica: Nella Firenze delle banche e nella Riforma protestante, insomma sono in stretto contatto con il Cristianesimo e si evolvono con la Chiesa, dice Hillman.

E nel mondo d'oggi ci confrontiamo con modelli che cercano di farci traballare il fondamentalismo capitalistico monoteista: L'idea di economia condivisa che recupera le modalità del baratto e punta sul dono, e soprattutto la cosiddetta economica sostenibile, quella teorizzata da studiosi come Vandana Shiva, che vuole coniugare il profitto con la cura del pianeta, la giustizia e il limite, spiega.

Hillman così in maniera Socratica ci invita in un dialogo maieutico: trovare dentro noi stessi, il significato vero delle idee che connettiamo al potere, le idee che ci guidano alla scoperta della nostra vocazione, liberandoci dal monoteismo capitalistico. Ci mette però in guardia rispetto alle conseguenze della nostra ricerca: il valore dell' efficienza, per esempio. I lager erano il capolavoro dell'efficienza: uccidevano cinquemila persone al giorno. Quindi, l'idea di effìcienza, di per sé, se è sola, diviene demoniaca.

Il percorso di conoscenza di sè, di analisi di sè, di scoperta della propria vocazione deve essere consegnato ad un profondo senso critico, ad una analisi approfondita dei nostri valori più intimi, sradicati da quella educazione ricevuta passivamente, purificati dall'ambiente che ci ha formato, ripuliti dal senso di colpa che costantemente ci attanaglia e non ci permette di andare oltre, entrare così nel reame della conoscenza profonda di sè, dei propri desideri, delle proprie aspirazioni, della propria vocazione. Noi possiamo farlo questo percorso, noi dobbiamo farlo questo percorso per non perderci nel labirinto della vita, per non perdere quella straordinaria occasione che e' vivere.

Io sinceramente ringrazio Hillman per aver cercato per tutta la sua vita di mostrarci attraverso la "psicologia degli archetipi", supportata dalla teoria dei tre universi, schema che trova numerosi corrispettivi nella nostra società occidentale a partire dal modello antropologico che sembra costituirne il parallelo, l'analogo, lo specchio che lo fonda, la tripartizione CORPO-ANIMA-SPIRITO.
La struttura di tutto l'esistente si compone per opera di Dio dell'aldilà, di questo mondo, del mondo intermedio. La triplice corrispondenza e' conseguente: per questo mondo Dio ha creato il corpo, per l'aldilà ha creato lo spirito, per l'intermondo l'anima. Per questa ragione e non altre mi sto dedicando alla profonda ricerca di comprensione di chi sono, per vivere in questo mondo, nel mondo intermedio e prepararmi all'aldila'. Non credo sia possibile vivere senza aver risposto alle domande di base che ogni essere umano nella vita almeno una volta si e' posto. Io almeno intendo la mia esistenza sotto questo tetto, la comprensione dei miei gesti, la comprensione delle mie emozioni, la chiarezza delle mie azioni, anche in questo caso ritrovo i tre universi, il corpo le mie azioni, i sentimenti la mia anima, i pensieri piu' alti e profondi l'aldila'.

Tornando ad un passaggio delicato, io vorrei sinceramente che a determinare i miei comportamenti, anche quelli più profondi non fosse la mera sopravvivenza, lo scambio, il costo, il mercato, la domanda, il profitto, la proprietà ma l'amore più puro, disinteressato, senza vincoli, senza aspettative, quell'amore che risiede dentro di noi e che solo chiede di essere liberato.

lunedì 1 agosto 2011

Ironia!




È autoironica perché coinvolge chi la fa ed è concettuale perché pone temi e problemi che concernono il rapporto dell'uomo col mondo, dove la realtà antropica si confronta con quella cosmica e solleva un problema relazionale uomo-mondo che interessa lo stesso esistere dell'uomo.

In senso freudiano l'ironia consiste nell'esprimere idee che violano la censura dei tabù. In alcuni casi consiste nel far intendere una cosa mediante una frase di senso esattamente opposto. Ne sono alcuni semplici esempi:

"Che bell'auto!" di fronte ad un catorcio

"Hai avuto proprio un'idea geniale!" nel caso in cui una decisione abbia avuto effetti disastrosi.

In effetti Freud ha dato al suo concetto di ironia uno spessore ben maggiore che la avvicina a quella filosofica.
Numerosissimi sono gli utilizzi a cui questa figura retorica e le sue derivazioni si prestano nel mondo della comicità e ancor più specificatamente nella satira.
Il termine generalmente viene associato inoltre al sarcasmo, presentando nella mentalità volgare significati affini se non proprio sinonimi. In realtà i due termini si differenziano molto tra loro.

A questi significati di ironia dove prevale l'elemento psicologico si affiancano quelli filosofici, che sono completamente differenti e semmai più vicini all'autoironia. Ma anche l'autoironia non è sempre la stessa. L'ironia di Socrate è un'autoironia finta, perché egli si finge ignorante per meglio mettere poi in difficoltà il dialogante, si caratterizza sempre per una messa in discussione di ciò che si è o si può essere.

L'ironia socratica consiste storicamente nella pretesa del filosofo Socrate di mostrarsi ignorante in merito ad ogni questione da affrontare, ciò che costringe l'interlocutore a giustificare fin nei minimi dettagli la propria posizione (il che lo conduce sovente a rilevarne l'infondatezza ed il carattere di mera opinione). Ciò coerentemente con il metodo socratico, che conduce l'interlocutore a trovare da solo le risposte alle proprie domande piuttosto che affidarsi ad una autorità intellettuale in grado di offrire risposte preconfezionate.

La parola greca "eirōneía" si riferisce appunto ad una tale dissimulazione, che Socrate eleva a metodo dialettico. Essa implica l'assunzione di una posizione scettica, un atteggiamento di rifiuto del dogma e di ogni convinzione che non basi la sua validità sulla ragione.

Dopo queste erudite citazioni, vi spiego cosa mi e' venuto in mente in questi giorni, visto che l'ironia mi sembra ormai soltanto utilizzata da comici e artisti che provano a sensibilizzare la situazione attuale del mondo.
Ho provato varie volte nella mia vita ad affrontare le situazioni con uno spirito autoironico per riuscire a compensare la pressione che saliva e che mi portava ad affermare cose assolutamente non veritiere.
Pochi giorni fa ho avuto un piccolo incidente ciclistico, insomma per riuscire a rientrare a casa ho sbattuto sul marciapiede e con le gomme bagnate sono scivolato in aria e caduto pesantemente su me stesso; naturalmente avrei potuto infuriarmi visto che sul passaggio pedonale dove era possibile l'accesso avevano parcheggiato un auto, ma in realta' una volta a terra dolorante ho preferito pensare al fatto che non mi ero rotto nulla e che a parte a qualche livido non avrei avuto altre conseguenze. A questo punto ho iniziato a ridere e fare dell'autoironia sulle condizioni che mi hanno portato alla caduta, alleggerendo moltissimo la rabbia che sarebbe potuta montare, tra l'altro con tutte le ragioni.

Penso davvero che un modo per affrontare la vita ogni giorno sia quella di prendere le cose con leggerezza ed ironia, che non significa superficialita' ma significa essere capace di mettersi in discussione in ogni situazione per riuscire a creare una distanza che l'ironia e l'autoironia permette. La distanza e' l'antidoto straordinario alle pressioni della vita quotidiana, alla capacità di dare una risposta sensata e non meccanica a cio' che ci accade.
In definitiva l'ironia permette il ditacco dalle cose, permette una distanza, un punto di osservazione della situazioni piu' ampio ed elevato che di conseguenza determina una risposta adeguata.

A questo punto mi collego all'amato Socrate, all'ironia socratica che mirava sempre e comunque allo sviluppo di distanza, di distacco e determinazione da cio' che pensiamo di sapere e cio' che realmente sappiamo, che e' cio' che abbiamo sperimentato, vissuto e compreso grazie all'esperienza.
Credo sinceramente che cio' che manca alla nostra civiltà contemporanea e' la consapevolezza che noi non siamo nulla, non conosciamo nulla, e realizzando il nostro stato di ignoranza possiamo avviarci al processo di conoscenza e comprensione di noi stessi e di cio' che ci ha formato, per poter mettere distacco, distanza e comprendere chi siamo realmente e cosa possiamo divenire.

La cosa piu' curiosa e' che tutto questo puo' avvenire con grande semplicita', partendo dall'ironia, dall'autoironia nella speranza di incontrare poi qualcuno che come Socrate sia capace di farci le giuste domande in grado di innescare un meccanismo di autoanalisi capace di metterci in discussione.